sabato 17 novembre 2018

Se un paese crea i clandestini

Se c'è  una legge che ha fatto del male al nostro paese, anche in termini culturali e sociali, questa è  senz'altro la legge Bossi - Fini che nel 2002 ha affrontato il tema dell'immigrazione.

Da quel momento in poi inizia a diffondersi in Italia il termine clandestino, anche se il reato di clandestinità non è mai menzionato neanche nel pacchetto sicurezza che di fatto lo ha introdotto, con la legge 15 luglio 2009 n. 94 voluta dall'allora ministro dell'interno Maroni.

Questa parola si è diffusa nell’uso comune dopo essere apparsa in maniera quasi ossessiva sui giornali e nelle dichiarazioni dei politici per indicare lo straniero che entra o soggiorna in un Paese in violazione delle leggi di immigrazione. 

Se andiamo a vedere le sue origini scopriamo che il termine deriva dal latino “clam” (di nascosto), cui si aggiunge “dies” (giorno). Letteralmente: “che sta nascosto al giorno, che odia la luce del sole, occulto”. 

Il significato nella lingua italiana è riferito a qualcosa che ha carattere di segretezza in quanto difforme dalla legge o dalle norme sociali e quindi perseguibile per via giudiziaria o soggetto a condanna morale. I sinonimi sono “nascosto, segreto”. 

Dunque qualcosa di completamente diverso da quello che ogni giorno sperimentiamo, perché  nella realtà  il clandestino vive invece all'esterno, nelle nostre strade, non si nasconde, chiede invece aiuto ed esprime esigenze e bisogni nelle nostre comunità. 

Anzi oggi ancor di più, perché con il decreto sicurezza voluto da questo governo, è lo stato stesso che spinge all'aumento dei cosiddetti clandestini, togliendo a molti immigrati diritti fino a poco tempo fa a loro riconosciuti da questo stesso stato.

Toglie protezione umanitaria, chiude Sprar che erano un modalità di aiuto e di controllo, toglie fondi, non riconosce più  loro la residenza, non finanzia più spazi dove insegnare la lingua italiana.

Eppure per la legge il clandestino non esiste.

La parola non è presente nel testo della legge Bossi-Fini, né nel testo unico sull’immigrazione che all’articolo 10 bis disciplina il cosiddetto “reato di clandestinità”, ma non usa mai questo termine, definendolo invece: “Ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato”.

Quindi è un’espressione molto usata dalla politica e dai media pur senza un riferimento giuridico. 

Non é  un caso che la Carta di Roma raccomanda ai giornalisti di evitare l’uso di questa parola fortemente negativa. 

Ma le leggi oltre che stabilire norme hanno anche un altro e più  importante obiettivo, quello di "fare cultura" ed è quello che ha fatto in 16 anni la legge Bossi - Fini, con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

In questi lunghi 16 anni il clandestino é  diventato il nemico da sconfiggere e da mandare via, pur sapendo che siamo noi stessi con le nostre stesse leggi a produrlo e pur sapendo che è  quasi impossibile mandarlo via per i costi esorbitanti che questo avrebbe per le nostre povere casse.

Eppure lui non si nasconde, vive nelle nostre strade (dove noi lo stiamo ogni giorno di più  relegando), chiede il nostro aiuto, cerca la nostra mano.

Lui non si comporta da clandestino, ma siamo noi a volerlo o doverlo creare.

Solo uno stato e una società malata si comportano così.


 
Il video della canzone "Clandestino" di Manu Chao

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