venerdì 2 novembre 2018

Decreto Sicurezza e lotta alle mafie; sui beni confiscati c'è qualcosa che non torna

Scorrendo l'articolo 36 comma 3 del testo del Decreto Sicurezza del governo, in questi giorni in discussione in Parlamento, sul tema dei beni confiscati alle mafie, si legge: “ I beni di cui al comma 3, di cui non sia possibile effettuare la destinazione o il trasferimento per le finalita' di pubblico interesse, sono destinati con provvedimento dell'Agenzia alla vendita, osservate, in quanto compatibili, le disposizioni del codice di procedura civile.

Si assiste dunque a un passo indietro rispetto a quanto previsto dalla Legge 109/1996, nata dopo la raccolta di firme portata avanti nel 1995 da Libera attraverso una proposta di legge di iniziativa popolare che raccolse quasi un milione di firme.

Si trattava di una delle poche proposte nate direttamente dai cittadini che il nostro Parlamento è riuscito poi a trasformare in legge dello stato

Tra l'altro una proposta di legge di iniziativa popolare che prende spunto dalla Legge 646 del 1982, la cosiddetta Legge Rognoni – La Torre che ha introdotto l'articolo 416 bis nel codice penale sui reati di tipo mafioso, vero e proprio tassello della lotta a questo tipo di organizzazioni criminali, che è costata la vita a Pio La Torre.

Proprio in quella Legge era stata inserita la confisca dei beni sottratti alle organizzazioni mafiose, e dal 1996 con la legge n.109 si è previsto il loro riutilizzo pubblico e sociale a favore delle comunità.

Un vero e proprio colpo basso per le mafie, perchè vedere i beni acquisiti attraverso l'utilizzo del potere, dei crimini e della forza di intimidazione, essere utilizzati da comuni, associazioni, cooperative per scopi sociali e di interesse pubblico, è per i mafiosi, uno degli “affronti” più forti e duri da sopportare.

Ma c'è un altro grave rischio che lo Stato corre mettendo in vendita i beni confiscati; quello che questi beni possano tornare in mano alle organizzazioni mafiose, le uniche che dispongono di una grande liquidità di denaro.

Certo il Decreto Sicurezza prevede tutta una serie di norme a garanzia che questo non accada, ma oggi la capacità dimostrata in tante occasioni da parte delle mafie di sapersi muovere all'interno dei meccanismi di garanzia (aste truccate, prestanome, corruzione, intimidazioni, ecc...) non permette a nessuno di essere sicuri che questo non accada.

Non vorremmo che, tra qualche anno, a seguito di indagini e processi futuri si arrivi a confiscare beni a mafiosi che erano già stati confiscati anni prima ad altri mafiosi e poi messi in vendita. Una possibilità tutt'altro che remota.

Ma a parte questa eventualità, che sarebbe veramente devastante per la legalità del nostro paese, vi è un aspetto ancora più inquietante in questa norma inserita nel Decreto Sicurezza: quella della accettazione di una sconfitta dello stato di diritto e il riconoscimento di un fallimento verso quella che è stata una chiara indicazione venuta nel 1996 dal popolo italiano che aveva invitato lo stato ad agire in un determinato modo, ovvero utilizzando per fini pubblici e sociali i beni confiscati alle mafie.

Certo le difficoltà per la gestione dei beni confiscati sono tante: un' Agenzia che non funziona, che non ha personale a disposizione, comuni lasciati soli nella individuazione di progetti di recupero e della successiva gestione, fondi inesistenti, ma ci sono anche tanti esempi positivi, soprattutto al sud, dove tanti di questi beni sono oggi in mano ad aziende, cooperative, associazioni e gestite nella piena legalità.

Esempi che se portati avanti e ampliati, creano cultura, una cultura della legalità e della partecipazione al bene comune che è uno dei compiti principali dell'azione politica.

Uno stato non può arrendersi mettendo in vendita una parte consistente dei beni confiscati, perchè sarebbe come ammettere una grave sconfitta del nostro paese di cui pagheremo le conseguenze nei prossimi anni e segnerebbe un passo indietro nella lotta alle mafie.

Diceva Paolo Borsellino "Mafia e stato sono due elementi che si contendono il controllo del territorio, quando non si fanno la guerra trovano forme di convivenza" .

Prevedere la possibilità della vendita dei beni confiscati non mi sembra un bel modo di continuare a fare guerra alle mafie.



La tenuta di Suvignano in provincia di Siena bene confiscato alle mafie e oggi assegnato alla Regione Toscana


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